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novembre - Chiara e le scatole cinesi
Nel
mio testo del 3 novembre c’é un mio commento entro il quale
pubblico un articolo che a sua volta contiene il link che conduce alla
sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo in materia di
crocifissi, nonché un articolo a commento della stessa e non mancano
le prime considerazioni delle chiese evangeliche e delle comunità
cristiane di base.
Volevo segnalare semplicemente il pluralismo delle reazioni che non è,
per fortuna, riconducibile alle tematiche sconnesse persino nell’uso
della più elementare terminologia, vacue e riduttive, a marca cultura
lega- governo (ben accetta anche da chi –sul piano ecclesiale
e politico- non ne dovrebbe essere contagiato) e pensavo di fermarmi qui.
Ma mi scrive Chiara: “tu che ne pensi della sentenza? Il crocifisso
limita la libertà dei genitori?” (Ti ricordo bene Chiara,
anni fa abbiamo avuto un’importante corrispondenza in merito a due
bambine palestinesi prigioniere nelle carceri di Israele. Perché
non mi mandi, privatamente, notizie tue e della tua famiglia?).
A questo punto moltiplico le mie scatole cinesi collegando questa risposta
a una mia piccola raccolta:
un commento alla sentenza della Corte di Strasburgo di Stefano Rodotà
(che come sempre ha la mia convinta adesione) e un articolo di Raniero
La Valle, che pure ritengo stimolante e di grande, condivisibile interesse.
Ma Chiara mi intriga chiedendo ciò che io penso, evidentemente
oltre la breve nota del 3 novembre. E grazie per il commento: il mio desiderio
di aprire un dialogo é stato finora frustrato. Prendo la tua domanda
come un’apertura al confronto con altri. Spero sia così.
Cara
Chiara
Noi ci portiamo dentro la storia come un fardello, tanto più invasivo
quanto più ne siamo inconsapevoli e, se la consapevolezza può
aiutarci a coglierne l’aspetto liberante, l’inconsapevolezza
ci rende schiavi del peggio che la storia ci offre.
Quando la Convenzione per i diritti del minore (proprio in questo mese
compie 20 anni dalla sua promulgazione all’ONU e pochi di meno dalla
ratifica in legge italiana, dimenticata, calpestata ma legge n.171-1991)
afferma: “1. Il fanciullo è registrato immediatamente
al momento della sua nascita e da allora ha diritto a un nome, ad acquisire
una cittadinanza e, nella misura del possibile, a conoscere i suoi genitori
e a essere allevato da essi (Articolo 7)” non proclama un principio
calato dall’alto, ma è il risultato di un processo storico
lungo, doloroso, contraddittorio come ogni aspetto della storia umana
che tutto è fuorché una marcia trionfalistica scandita a
una voce sola.
Sorvolando sull’orrenda traduzione deamicisiana ‘fanciullo’
(l’inglese children è indicato ufficialmente come sinonimo
di minore) è necessario ricordare che il minore senza nome era
lo schiavo, figlio di schiavi e che la schiavitù fu abolita in
Europa, ma non nelle colonie dominate da stati europei, solo nel XVIII
secolo e la tratta degli schiavi (che ancora continuò e in forme
rinnovate continua) dichiarata illegale solo nel 1815.
L’articolo 7 della Convenzione deve essere letto, a mio parere,
con tutto il carico di dolore che si porta dietro e, se ci si è
almeno formalmente arrivati, non è certo merito esclusivo delle
chiese cristiane, spesso più leggibili nello spazio dell’ipocrisia
che in quello di un’etica condivisa.
(Tralascio molti esempi significativi, noti e di cui ho scritto anche
nel mio sito e, prima di continuare, ti propongo un suggerimento che non
posso illustrare per ragioni di spazio: metti su un motore di ricerca
la parola madamato e vedrai che nella colonia Eritrea dell’impero
italiano lo sfruttamento sessuale delle donne autoctone in uso mogli temporanee
era ufficializzato e i loro figli meticci non furono certo tutelati dalla
chiesa cattolica. Né constano voci dei cappellani militari che
erano retribuiti per accompagnare spiritualmente l’imperial italico
esercito occupante. Fu il fascismo che- per ragioni di purezza razziale-
a un certo momento- condannò il madamato).
E andiamo avanti, invocando un po’ di precisione nella terminologia.
Sopra ho scritto chiese cristiane di cui quella cattolica è una,
ma spesso pretende di essere l’unica. Confortati da supponenza ecclesiastica
e da ignoranza laico-religiosa molti politici parlano oggi del crocifisso
usando i due termini in forma intercambiabile e ignorando, ad esempio,
che per le chiese riformate il crocifisso non può portare sopra
la croce il corpo di Cristo e la croce nelle chiese protestanti viene
presentata nuda (Mc 28, 6 Egli non è qui, perché è
risuscitato come aveva detto).
Quindi quei beceri pappagalli si permettono di parlare di radici cristiane
assicurate da un simbolo cristiano, in realtà si riferiscono al
simbolo di alcuni cattolici, funzionale a radici sedicenti cattoliche
in cui neppure tutti i cattolici si riconoscono, ignorando anche che il
cattolicesimo non è più religione di stato.
I bambini, i ragazzi nella scuola pubblica incontrano loro coetanei formati
in famiglia da genitori che hanno lo stesso diritto ad educare dei genitori
cattolici legati alla tradizione di simboli piuttosto che alla Scrittura
e da genitori atei, che hanno fatto dell’ateismo un atteggiamento
‘militante’ di cui –secondo me- sono i cristiani in
buona parte responsabili (e in Italia soprattutto i cattolici, in quanto
aderiscono a una religione maggioritaria garantita purtroppo dallo scambio
con una cultura di potere: siamo certi che l’art. 7 e l’art.
8 della Costituzione sono attuati in clima di uguaglianza e equilibrio?).
E se provassimo a recuperare i dimenticati ‘segni dei tempi’
di Giovanni 23mo facendoci rispettosi dei punti di arrivo comuni? Mi riferisco
alla Costituzione, in particolare all’art. 3, alla Convenzione sui
diritti dei minori cui aggiungo l’art. 24 della Carta dei diritti
fondamentali dell'unione europea - 2000/C 364/01- che trascrivo: “Diritti
del bambino. 1. I bambini hanno diritto alla protezione e alle cure necessarie
per il loro benessere. Essi possono esprimere liberamente la propria opinione;
questa viene presa in considerazione sulle questioni che li riguardano
in funzione della loro età e della loro maturità. 2. In
tutti gli atti relativi ai bambini, siano essi compiuti da autorità
pubbliche o da istituzioni private, l'interesse superiore del bambino
deve essere considerato preminente”).
Io so bene che ci sono gruppi di credenti che, nella comune meditazione
del vangelo si sentono –e soprattutto si pongono- al di sopra della
legge anche quando la legge è garanzia dell’uguaglianza,
dei fondamenti di un contratto sociale inclusivo, della capacità
della Repubblica “di rimuovere gli ostacoli di ordine economico
e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l'eguaglianza dei
cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l'effettiva
partecipazione di tutti i lavoratori all'organizzazione politica, economica
e sociale del Paese” (art. 3 Cost.).
Mi rendo anche conto che l’approfondimento del Vangelo può
essere appagante ma diventa un grande pericolo quando si serve della croce
come una proprietà esclusiva, o, peggio ancora, quando si abbandona
l’uso della croce a chi, senza scrupoli, ne usa come arma impropria.
E allora ti invito a rileggere uno dei punti fondanti della sentenza della
Corte Europea tenendo a mente quello che ho scritto sopra ed evitando
gli automatismi che i nostri ‘politici’ (eletti ohinoi dalle
segreterie delle aggregazioni che ancora osano chiamarsi partiti) propongono
a un’opinione pubblica disposta, per esempio, a mettersi in fila
–cattolici compresi- per negare l’opportunità di assicurare
agli islamici la possibilità di seppellire i morti secondo i loro
riti (dimenticando che i cimiteri sono pubblici luoghi laici e non appartengono
più a religione alcuna).
Mentre insegnano (ma lo fanno?) ai figli il rispetto di altrui decisioni
non violente, ispirate a un credo religioso, i genitori responsabili potrebbero
anche occuparsi della rozza, volgare espressione del neosegretario del
Pd che, ostentando indifferenza alla questione crocifissi, avrebbe affermato
il suo essere super partes dicendo che non fanno male a nessuno e riportandoli
al ruolo, né libero, né liberante, di complementi d’arredo
Ricopio il passo della sentenza della Corte europea dei diritti dell’uomo
che ho richiamato sopra, disponibile a chiacchierare ancora con te, se
lo vorrai.
”Il rispetto per le convinzioni dei genitori deve essere possibile
attraverso una formazione in grado di fornire un ambiente di scuola aperta
e inclusiva, piuttosto che di esclusione, a prescindere dal background
degli studenti, dalle convinzioni religiose o dall’etnia. La scuola
non dovrebbe essere la scena di proselitismo o di predicazione, dovrebbe
essere un luogo di incontro di diverse religioni e convinzioni filosofiche,
dove gli studenti possono acquisire conoscenze sui loro pensieri e sulle
loro tradizioni”.
Certamente tutto questo non può essere propinato ai bambini in
questa forma, ogni età ha i suoi linguaggi e trovarli è
uno dei compiti di un processo educativo, ma con gli adolescenti, a casa
e a scuola, se ne può liberamente parlare. Che le pareti siano
nude o ricoperte di posters a questo punto non ha più importanza
e non è di là che i crocifissi parlano.
****
3
giugno
Il
30 maggio Grazia ha scritto al Messaggero Veneto la lettera che riporto
(e che non é stata ancora pubblicata). Prima di trascriverla devo
riassumere il documento originario (purtroppo non sono riuscita a riprodurre
il testo scritto dalla signora EF e pubblicato dal quotidiano, cui Grazia
risponde trascrivendone il nome per intero, mentre io, per chi non mi
si rivolge direttamente, ho deciso di non farlo).
La signora EF racconta come soccorra gli immigrati che le si rivolgono,
esprimendo il suo disagio per il loro comportamento insistente, che le
risulta fastidioso. Riferisce infine una scena riprovevole: uno storpio,
finito di mendicare ridiventa sano e se ne va in automobile.
Non dico che la scena sia falsa: é solo vecchia.
Si tratta di un sistema collaudato da decenni; io la ricordo rappresentata,
tutta italiana, in un vecchio film di Totò.
Poi la signora EF fa una serie di arruffate domande che spaziano dall’arrivo
degli albanesi nel 1990 ai centri di accoglienza dei nostri giorni, senza
proporre alcun riferimento cronologico e senza nulla distinguere. Il collante
é il suo sentimento di riprovazione e il richiamo agli italiani
emigranti, male accolti un tempo, altrove...
Se l’argomento - molto diffuso - avesse una logica potrebbe venir
interpretato come una specie di incomprensibile rivalsa a trasposizione
locale, temporale, generazionale, atta a soddisfare i discendenti di chi
non é emigrato, visto che in Italia vivono, parlano e scrivono).
Ma lasciamo la parola a Grazia, almeno qui dove sono ben lieta di offrirle
spazio:
Al
Messaggero Veneto - Udine
Rispondo alla lettera della sign. E. F. del 29.05.2009.
Lei ha tanta paura di perdere la sua italianità per colpa degli
immigrati, ma a quale italianità si riferisce? L’articolo
3 della nostra bella Costituzione ricorda che non ci devono essere discriminazioni
di sesso, religione, razza tra gli individui. Forse, per paura di qualche
moschea, lei dimentica gli stermini delle popolazioni attuate dai cristiani
per imporre la loro religione e l’imposizione dell’italianità
intesa come “norma di vita” : non parlare la propria lingua,
cambiare i cognomi delle persone, i nomi delle città e rinchiudere
i dissidenti nei campi di concentramento quali quelli di Visco e Gonars.
Se lei, quando uno straniero suona alla sua porta, lo facesse entrare,
come faccio io, ed ascoltasse la sua storia si renderebbe conto di come
oltre a cambiare il proprio nome con uno italiano, queste persone siano
rispettose della nostra identità. Provi a sentire Giuseppe, laureato
in storia che ne sa più di noi, che le mostra la foto di sua moglie
e di sua figlia che non vede da quattro anni, o Stefano che arriva con
il treno da Treviso che ha moglie e figlia sempre chiuse in casa per paura
della polizia o Giovanni operato alla spalla che non ha i soldi per gli
antibiotici perché non ha la tessera sanitaria.
Lei si crede una brava cristiana, li faccia entrare e davanti ad una scatoletta
di tonno ed un po’ di verdura capirà da dove scappano: da
guerre, persecuzioni, torture e come sono arrivati fino qui. Si ci sono
donne incinta, ma quante sono così perché violentate e stuprate
e corrono il rischio che i loro bambini non vengano nemmeno registrati
all’anagrafe e vivono con la paura che i loro bambini vengano loro
sottratti.
Lei ha mai frequentato una scuola multietnica? Penso proprio di no, allora
lo faccia e vedrà come i nostri bambini imparino molto dagli altri.
Le si pone la domanda “perché non li aiutiamo nel loro Paese?”,
io le chiedo perché il suo governo come primo atto ha tolto i fondi
alla cooperazione e la nostra Regione ha cancellato l’Assessorato
all’immigrazione?
Forse lei preferisce una pura razza ed io invece preferisco gli ibridi.
E le dirò che sono contenta quando qualcuno può pregare
il suo Dio a casa mia, quando Vittorio è venuto a presentarmi sua
moglie o quando Giovanni si è commosso per il peluche che ho regalato
a sua figlia.
Grazia Cocciante – Pagnacco
E
a Grazia provo a rispondere io, ringraziandola per aver usato questo sito,
nato per colloquiare.
Prima però trascrivo un passo (ottobre 1912) della relazione dell’Ispettorato
per l’Immigrazione del Congresso degli Stati Uniti d’America
sugli Italiani
Generalmente
sono di piccola statura e di pelle scura. Molti puzzano perché
tengono lo stesso vestito per settimane. Si costruiscono baracche nelle
periferie. Quando riescono ad avvicinarsi al centro affittano a caro prezzo
appartamenti fatiscenti. Si presentano in due e cercano una stanza con
uso di cucina. Dopo pochi giorni diventano quattro, sei, dieci. Parlano
lingue incomprensibili, forse antichi dialetti. Molti bambini vengono
utilizzati per chiedere l’elemosina, spesso davanti alle chiese
donne e uomini anziani invocano pietà, con toni lamentosi e petulanti.
Fanno molti figli che faticano a mantenere e sono assai uniti tra loro.
Dicono che siano dediti al furto e, se ostacolati, violenti. Le nostre
donne li evitano sia perché poco attraenti e selvatici sia perché
è voce diffusa di stupri consumati quando le donne tornano dal
lavoro. I governanti hanno aperto troppo gli ingressi alla frontiere ma,
soprattutto, non hanno saputo selezionare tra coloro che entrano nel paese
per lavorare e quelli che pensano di vivere di espedienti o, addirittura,
di attività criminali.
Per
segnalare la pervasività del pregiudizio che supera il tempo potrebbe
bastare, ma non voglio sfuggire alle questioni che Grazia pone e che tento
di affrontare a modo mio.
Cara
Grazia,
tu esprimi la tua visione positiva della vita, i tuoi sentimenti di solidarietà,
il desiderio di vederli condivisi e insieme di saperli corrisposti anche
a livello politico (citi infatti i governi nazionale e regionale).
E credo che su questo – ma in Friuli non ne vedo i presupposti da
nessuna parte- dovremmo ragionare.
Accoglienza: chi fugge é disperato, minacciato nella sopravvivenza
e nella vita.
Domanda: dobbiamo accogliere senza distinguere e senza regole? Come differenziare
chi ha diritto all’ingresso e chi no?
Non apro questa questione – che ormai assume il significato di un
fenomeno epocale - di cui non disconosco l’importanza; ci vorrebbe
ben altro che una lettera.
Purtroppo finora una abilissima politica ha costruito le paure delle signore
EF e poi a queste paure indotte, coccolate, ‘nutrite’ con
una campagna pubblicitaria condotta con grande abilità, risponde.
E’ un circolo vizioso di cui approfittano gli importatori di donne
costrette alla prostituzione, la cui disperata presenza su strada é
conseguenza, non causa, di un mercato fondato sulla domanda di italici
consumatori.
E, insistendo nel restare in Italia e osservare i fenomeni che la presenza
migrante propone, mi riferisco a un altro mercato, tanto interessante
da indurre alla prudenza perfino un sottosegretario del governo in carica:
il mercato delle badanti.
Copio dall’ineccepibile Il sole 24 ore del 23 maggio: ”Nell'introduzione
del reato di immigrazione clandestina, ha detto Mantovano, il Governo
ha «saggiamente consegnato» questa ipotesi di reato nelle
mani del Parlamento, che sarà chiamato a valutare la congruità
dello strumento con il fine da raggiungere. La disposizione, comunque,
colpirà i clandestini che giungeranno nel Belpaese dopo l'entrata
in vigore della norma e non chi è già qui. No, dunque, a
un giro di vite sulle badanti ...”.
Quello delle badanti é un fenomeno interessantissimo perché
apre una pagina sull’organizzazione dell’assistenza, sui bisogni
reali e le risposte offerte e ben accettate, con tutte le contraddizioni
e la doppiezza dominanti nella nostra società (in)civile e politica
che affronta tutto con un impenetrabile ‘pelo sullo stomaco’,
ammettendo di fatto lo sfruttamento di chi viene opportunisticamente discriminato.
Fermo restando che non ignoro (ma non posso affrontare in una pur troppo
lunga lettera) il problema dell’accoglienza in Italia e in tutta
Europa, mi concentro su chi nel nostro virtuoso territorio si trova e
che, se ci fa comodo, ci teniamo ben caro.
Anche in questo caso posso soffermarmi solo su pochissimi aspetti, scegliendo
quelli che ritengo fondamentali.
E’ vero: l’attuale governo della nostra regione ha soppresso
con discutibile, rozza sbrigatività, l’assessorato all’immigrazione
e questo fatto, certamente riprovevole, ha concentrato l’interesse
del mondo associativo più attivo e appariscente (e guardato con
occhio benevolo dall’assessorato soppresso).
Ma quel mondo non può fingere di ignorare che la regione può
affrontare solo alcuni problemi entro l’ambito definito dallo Statuto.
Gli ambiti istituzionali che possono (e dovrebbero) intervenire sono anche,
e prioritariamente, altri.
E adesso qualche domanda la pongo io: per cominciare dal principio (e
poi cercare di procedere ragionevolmente) perché nessuno che abbia
voce ascoltata si fa carico del problema del rischio per i nostri comuni
del mancato riconoscimento dei neonati figli di irregolari?
E’ vero, la decisione é nelle mani del parlamento (per essere
precisi, a questo punto, del senato –ddl 733-B. articolo 1 comma
22).
Perché nessuno dice alle varie signore EF e ai/alle loro simili
che quello (se, come temo, la legge di cui tanto ho scritto nel mio sito
verrà approvata) sarà un crimine verso i nuovi nati, le
loro mamme, i loro papà e insieme un abuso fondante e gravissimo
nell’organizzazione dei nostri comuni?
Perché nessuna organizzazione, altrimenti pietosa, si fa carico
di stimolare una proposta per una decisione che non impone costi ma solo
rispetto della Costituzione e delle Convenzioni Internazionali?
Perché i comuni non si fanno direttamente carico di denunciare,
e se possibile prevenire, l’irrimediabile ferita che subirebbero
se fossero impediti dal registrare nuovi nati, le cui mamme, i cui papà
sono privi di un pezzo di carta?
Lo hanno fatto – in Friuli - solo alcuni piccoli comuni con voti
trasversali alle alleanze politiche. Udine, per restare al luogo dove
vivo e dove ho cercato di interloquire, tace.
Tacciono le istituzioni, tace la società (sedicente) civile, tacciono
i partiti, tacciono le associazioni, tace l’elitario Tavolo della
pace istituito dal comune.
Un tempo questo coacervo sarebbe stato chiamato con sospetto e disprezzo
maggioranza silenziosa ed é in questo marasma plurale e confuso
che io identifico, cara Grazia, chi si oppone alle tue speranze, non solo
nelle signore EF, vittime-colpevoli della devastazione di un’etica
che sia fondamento del contratto sociale di una società moderna,
democratica e solidale e non di un’associazione per delinquere.
augusta
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