http://temi.repubblica.it/micromega-online/la-battaglia-su-un-simbolo/
No al crocefisso in classe La battaglia su un simbolo di Stefano
Rodotà, Repubblica, 4 novembre 2009
Ancora una volta una sentenza prevedibile, ben argomentata giuridicamente,
non suscita le riflessioni che meritano le difficili questioni affrontate,
ma induce a proteste sopra le righe, annunci di barricate, ambigue
sottovalutazioni.
Dovremmo
ricordare che le precedenti decisioni italiane, che avevano ritenuto
legittima la presenza del crocifisso nelle aule, erano state assai
criticate per la debolezza del ragionamento giuridico, per il ricorso
ad argomenti che nulla avevano a che fare con la legittimità
costituzionale. E, considerando il fatto che la nostra Corte costituzionale
aveva ritenuto inammissibile per ragioni formali un ricorso in materia,
s´era parlato addirittura di una "fuga della Corte",
nelle cui sentenze si potevano ritrovare molte indicazioni nel senso
della illegittimità della esposizione del crocifisso.
Nella
decisione della Corte europea dei diritti dell´uomo di Strasburgo,
che ha ritenuto quella esposizione in contrasto con quanto disposto
dalla Convenzione europea dei diritti dell´uomo, non v´è
traccia alcuna di sottovalutazione della rilevanza della religione,
della quale, al contrario, si mette in evidenza l´importanza
addirittura determinante per quanto riguarda il diritto dei genitori
di educare i figli secondo le loro convinzioni e la libertà
religiosa degli alunni. La sentenza, infatti, sottolinea come la scuola
sia un luogo dove convivono presenze diverse, caratterizzate da molteplici
credenze religiose o dal non professare alcuna religione. Si tratta,
allora, di evitare che la presenza di un "segno esteriore forte"
della religione cattolica, quale certamente è il crocifisso,
"possa essere perturbante dal punto di vista emozionale per gli
studenti di altre religioni o che non ne professano alcuna".
Inoltre,
il rispetto delle convinzioni religiose di alcuni genitori non può
prescindere dalle convinzioni degli altri genitori. È in questo
crocevia che si colloca la decisione dei giudici di Strasburgo che,
in ossequio al loro mandato, devono garantire equilibri difficili,
evitare ingiustificate prevaricazioni, assicurare la tutela d´ogni
diritto.
Non
si può ricorrere, infatti, all´argomento maggioritario,
come incautamente aveva fatto il Tar del Veneto, che per primo aveva
respinto la richiesta di togliere il crocifisso dalle aule, ricorrendo
ai risultati di un sondaggio che sottolineava come la grande maggioranza
degli interpellati fosse a favore del mantenimento di quel simbolo.
Un
grande teorico del diritto, Ronald Dworkin, ha ricordato che «l´istituzione
dei diritti è cruciale perché rappresenta la promessa
della maggioranza alla minoranza che la sua dignità ed eguaglianza
saranno rispettate. Quando le divisioni tra i gruppi sono molto violente,
allora questa promessa, se si vuole far funzionare il diritto, dev´essere
ancor più sincera». La garanzia del diritto, fosse pure
quella di uno solo, è sempre un essenziale punto di riferimento
per misurare proprio la tenuta di uno Stato costituzionale.
Guai
a considerare la sentenza di ieri come un documento che apre un insanabile
conflitto, che nega l´identità europea, che è
"sintomo di una dittatura del relativismo", addirittura
"un colpo mortale all´Europa dei valori e dei diritti".
Soprattutto da chi ha responsabilità di governo sarebbe lecito
attendersi un linguaggio più sorvegliato. Non vorrei che, abbandonandosi
a queste invettive e parlando di una "corte europea ideologizzata",
si volesse trasferire in Europa lo stereotipo devastante dei giudici
"rossi", che tanti guai sta procurando al nostro paese.
Allo stesso modo sarebbe sbagliato se il fronte "laicista"
cavalcasse il pronunciamento per rilanciare una battaglia anti-cristiana.
Mantenendo
lucidità di giudizio, si dovrebbe piuttosto concludere che
la sentenza della Corte europea vuole sottrarre il crocifisso a ogni
contesa. In questo è la sua superiore laicità. Viviamo
tempi in cui la difesa della libertà religiosa non può
essere disgiunta dal rispetto del pluralismo, da una riflessione più
profonda sulla convivenza tra diversi. L´ossessione identitaria,
manifestata anche in questa occasione e che percorre pericolosamente
i territori dell´Unione europea, era lontanissima dai pensieri
e dalla consapevolezza che ispirarono i padri fondatori dell´Europa,
tra i quali i cattolici Alcide De Gasperi e Konrad Adenauer, che proprio
quando si scrisse la Convenzione sui diritti dell´uomo nel 1950,
quella sulla quale è fondata la sentenza di ieri, mai cedettero
alla tentazione di ancorarla a "radici cristiane", che avrebbero
introdotto un elemento di divisione nel momento in cui si voleva unificare
l´Europa, anche intorno all´eguale diritto di tutti e
di ciascuno. Dobbiamo rimpiangere quella lungimiranza?
Questa
sentenza ci porta verso un´Europa più ricca, verso un´Italia
in cui si rafforzano le condizioni della convivenza tra diversi, dove
acquista pienezza quel diritto all´educazione dei genitori che
i cattolici rivendicano, ma che deve valere per tutti. Libera anche
il mondo cattolico da argomentazioni strumentali che, pur di salvare
quella presenza sui muri delle scuole, riducevano il simbolo drammatico
della morte di Cristo a una icona culturale, ad una mediocre concessione
compromissoria ai partiti d´ispirazione cristiana (così
è scritto nella memoria presentata a Strasburgo della nostra
Avvocatura dello Stato). L´Europa ci guarda e, con il voto unanime
dei suoi giudici, ci aiuta.
(4
novembre 2009)
http://domani.arcoiris.tv/?cat=1141
La Croce
nelle mani di Gasparri e Calderoli - 05-11-2009 di Raniero La Valle
Vorrei dire il mio sentimento riguardo alla sentenza
della Corte europea sul crocefisso nelle scuole. La sentenza è
ineccepibile: una volta investita del caso, la Corte non poteva che
decidere così; infatti in discussione non c’era l’utilità,
l’opportunità, il significato, religioso o civile, del
crocefisso, la percezione positiva o negativa che dei minori, per
lo più ignari del cristianesimo, possono avere di un uomo “appeso
nudo alla croce” e, così umiliato e ucciso, esposto alla
vista di tutti. Non su questo verteva il giudizio e non su questo
dovrebbe svilupparsi il dibattito sulla sentenza, in odio alle ragioni
degli uni o degli altri, come ho visto fare anche in giornali amici.
Il giudizio verteva sull’obbligo, imposto dallo Stato, di mettere
il crocefisso nelle aule scolastiche; come dice la Corte di Strasburgo
“sull’esposizione obbligatoria di un simbolo di una data
confessione religiosa” nel contesto di una funzione pubblica
gestita dal governo. È evidente che a quest’obbligo,
derivante da decreti reali e da circolari fasciste che imponevano
insieme al crocefisso il ritratto del re, si oppongono tutti i principi
del moderno Stato di diritto, le norme della Costituzione, la Convenzione
europea e forse anche la Dichiarazione conciliare “Dignitatis
humane” sulla libertà religiosa.
Nondimeno vorrei dire il mio sentimento di dolore per ciò che
è accaduto e ancor più per ciò che può
accadere.
Inzitutto mi dispiace che ad attivare il procedimento nelle sue diverse
fasi, con innegabile tenacia, sia stata una madre di due bambini che
è anche socia dell’Unione Atei e Agnostici Razionalisti
(UAAR), il che fa pensare che oltre alla difesa dei due figli da indesiderate
interferenze religiose, tra i motivi del ricorso ci fosse un più
generale interesse ideologico.
Mi dispiace anche che la giurisdizione amministrativa italiana e il
governo siano stati così miopi, sia nella sostanza che nelle
motivazioni, nel respingere le ragioni della ricorrente (mentre per
darle ragione sarebbe bastata la Costituzione), da provocare l’appello
alla Corte di Strasburgo e da chiamare perciò in causa addirittura
la Convenzione dei diritti dell’uomo; testo normativo certo
pertinente, ma alquanto sproporzionato se si pensa a quali e quanti
diritti umani sono impunemente e atrocemente violati in tutto il mondo,
e alla compressione vicino allo zero che per contro la presenza del
crocefisso nelle aule scolastiche infligge ai diritti umani dei fanciulli
che sono costretti a vederlo.
Inoltre mi dispiace che l’Italia, in una sede significativa
come la Corte di Strasburgo, abbia mostrato il grado infimo a cui
la considerazione del diritto è arrivata nel governo del nostro
Paese, mettendo tra le motivazione della sua memoria difensiva “la
necessità di trovare un compromesso con i partiti di ispirazione
cristiana”, che nella migliore delle ipotesi è una ragione
inerente alla politica politicante, cioè al potere, e non al
diritto.
Ma soprattutto mi dispiace che, riconoscendosi da parte di tutti che
non c’è più una religione di Stato, e che non
si può imporre a tutti la rappresentazione simbolica di una
sola confessione, ci sia una gara per dire che il crocefisso andrebbe
mantenuto perché avrebbe cessato di essere un simbolo religioso,
e sarebbe invece “un simbolo dello Stato italiano”, “un
simbolo della storia e della cultura italiane”, un segno “dell’identità
italiana”, “una bandiera della Chiesa cattolica, l’unica
– ha osservato il tribunale amministrativo di Venezia –
a essere nominata nella Costituzione italiana”; anzi, secondo
il Consiglio di Stato, la croce sarebbe diventata un valore laico
della Costituzione e rappresenterebbe i valori della vita civile.
Come dice giustamente un terzo intervenuto nel giudizio di Strasburgo
(un’organizzazione per l’attuazione dei principi di Helsinki),
questa posizione “è offensiva per la Chiesa”.
Questa posizione è infatti atea, ma è devota, e tende
a lucrare i benefici della religione come religione civile. E io dico
la verità: se il Crocefisso diventasse la bandiera di un’identità,
di un nazionalismo, di un razzismo, di una lotta religiosa, e se la
sua difesa dovesse essere messa nelle mani di Gasparri, di Calderoli
o di Pera, della Lega o di Villa Certosa, e cessasse di essere la
memoria di un Dio che si è fatto uomo, per rendere gli uomini
divini, e che “avendo amato i suoi fino alla fine” ha
accettato dai suoi carnefici la sorte delle vittime, e continua a
salire su tutti i patiboli innalzati dal potere, dal danaro e dalla
guerra, allora io non vorrei più vedere un crocefisso in vita
mia.
E mi dispiace infine che questa controversia abbia preso il via da
una regolamentazione giudiziaria, norma contro norma, obbligazione
contro abolizione. Il diritto non può che operare così,
e quello che era obbligatorio prima può rendere illegittimo
oggi. Ma io penso che non c’è solo il diritto scritto;
ci sono le consuetudini, c’è una cultura comune, che
pian piano muta, che ieri era “cristiana”, oggi è
agnostica, domani sarà laica; si possono far crescere i processi,
senza imposizioni e senza strozzature, accompagnando col variare delle
proposte educative, dei mondi vitali, delle culture diffuse, delle
etnie compresenti, il variare delle forme e dei simboli mediante i
quali una società rappresenta se stessa. E non è detto
che tutto il cambiamento debba avvenire tutto in una volta e in tutto
il Paese, come quando a un solo segnale vennero rovesciati i ritratti
del re e i simboli del fascismo.
Non credo che quello che oggi manca in Italia sia il riaccendersi
di un conflitto religioso, di una guerra ideologica. Certo al governo
piacerebbe, perché sarebbe ancora un altro modo per dirottare
l’attenzione, per restare esente dal giudizio sul disastro prodotto
dalle sue politiche reali.
Se dovessi dire come procedere, direi che lo Stato smetta di imporre
alle scuole il crocefisso, e non impugni Strasburgo; che la Chiesa
non ne rivendichi l’obbligo, tanto meno come simbolo d’identità
e di radici, piuttosto che come simbolo di salvezza, e per ottenerlo
non corra nelle braccia del governo; e che con buon senso, secondo
le tradizioni e le esigenze dei luoghi, si trovi un consenso tra genitori,
alunni e maestri, sul lasciare o togliere la croce. L’ultima
cosa che vorrebbe quel Dio schiavo che vi si trova appeso, è
di portare l’inquietudine, l’inimicizia e lo scontro nei
luoghi dove una generazione sta scegliendo, e forse solo subendo,
il suo futuro.
Raniero La Valle ha diretto, a soli 30 anni,
L’Avvenire d’Italia, il più importante giornale
cattolico nel quale ha seguito e raccontato le novità e le
aperture del Concilio Vaticano II. Se ne va dopo il Concilio (1967)
quando inizia la normalizzazione che emargina le tendenze progressiste
del cardinale Lercaro. La Valle gira il mondo per la Rai, reportages
e documentari, sempre impegnato sui temi della pace: Vietnam, Cambogia,
America Latina. Con Linda Bimbi scrive un libro straordinario, vita
e assassinio di Marianela Garcia Villas (“Marianela e i suoi
fratelli”), avvocato salvadoregno che provava a tutelare i diritti
umani violati dalle squadre della morte. Prima al mondo, aveva denunciato
le bombe al fosforo, regalo del governo Reagan alla dittatura militare:
bruciavano i contadini che pretendevano una normale giustizia sociale.
Nel 1976 La Valle entra in parlamento con Sinistra Indipendente; si
occupa della riforma della legge sull’obiezione di coscienza.
Altri libri “Dalla parte di Abele”, “Pacem in Terris,
l’enciclica della liberazione”, “Prima che l’anno
finisca”, “Agonia e vocazione dell’Occidente”.
Nel 2008 ha pubblicato “Se questo è un Dio”. Nel
2008 è stato promotore del “Manifesto per la sinistra
cristiana” nel quale propone il rilancio della partecipazione
politica e dei valori del patto costituzionale del ’48 e la
critica della democrazia maggioritaria.
Parole chiave: chiese
cristiane, chiesa cattolica, crocifisso, Europa, religioni