| 2 - In Iran
con i piedi per terra
Dopo
un inizio ingentilito da richiami poetici non posso sottrarmi a qualche
notizia che si rende necessaria quando si vuole entrare in un Paese
con i piedi consapevolmente per terra (o almeno io sento questa necessità
e poiché il diario é mio ... vi corrispondo). Altre informazioni
seguiranno via via nella descrizione delle varie tappe e conto sulla
collaborazione dei miei compagni di viaggio per integrarle e, se necessario,
correggerle.
Gianni Novelli mi ha già inviato sue trascrizioni di alcuni incontri.
Saranno utilissime e lo ringrazio.
Fino
al 1935 il nome ufficiale del paese era Persia, poi lo scià Reza
Pahalavi volle attribuirgli il nome di Iran, terra degli Arii, per adattarsi
in seguito all’uso di entrambe le denominazioni. 
L’Iran – o meglio la Repubblica Islamica dell'Iran - ha
una superficie di 1.648.195 kmq (cinque volte e mezzo l’Italia
che occupa una superficie di 301.338 kmq).
Gli abitanti oscillano, nei dati che ho trovato, fra i 66.429.284 e
i 68.278.826.
L'Iran confina a Ovest con la Turchia e l'Iraq; a Nord con il Turkmenistan,
l'Azerbaijan e l'Armenia, oltre al Mar Caspio; a Est con il Pakistan
e l'Afghanistan, mentre a Sud è delimitata dal Golfo Persico
e dal Golfo dell'Oman.
Il punto più basso é rappresentato dal mar Caspio (28
m) e il monte più alto raggiunge i 5.671 m..
Il nostro viaggio si é svolto a sud di Teheran, nella zona centrale
del paese, sull’altipiano iranico, mantenendosi sempre al di sopra
dei 1.000m di altezza.
La differenza di fuso orario rispetto all’Italia, 2 ore e 30 minuti
(che diventano 1 ora e 30 minuti quando in Italia vige l'ora legale)
é forse un indice più significativo della distanza che
il numero dei chilometri..
Altre
informazioni saranno necessarie nel corso delle prossime puntate (e
molte volte dovrò tornare alla ‘islamicità’
di quella repubblica).
Per ora mi limito all’immagine del mio primo impatto, l’obbligo
del velo islamico così proposto nel primo albergo in cui siamo
approdati.
Molte donne, oltre al velo, indossano lo chador, un terribile mantello
normalmente nero che, nelle due occasioni in cui l’ho dovuto affittare
e indossare, mi é sembrato uno strumento di tortura: se badavo
a non inciampare mi scivolava dalle spalle, se lo tenevo fermo sulle
spalle inciampavo.
Ma la tortura non é il velo in sé bensì la consapevolezza
della possibilità dei guardiani della rivoluzione di ficcare
il naso nella vita privata. Sono poliziotti senza divisa che, negli
anni immediatamente successivi alla rivoluzione di Khomeini (1979),
non avevano neppure un cartellino di riconoscimento.
La consapevolezza del danno che una nostra trasgressione avrebbe potuto
nuocere a Diana, la nostra carissima guida locale, ha mantenuto i veli
ben fermi sulla testa.
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